Una pandemia silenziosa:

 smartphone, social media e salute mentale nell’età dello sviluppo

La salute mentale è la condizione necessaria che consente a noi esseri umani di svolgere in maniera sufficientemente accettabile o, se vogliamo, gratificante, le nostre vite, nel contesto di in una rete di relazioni sociali ed affettive, che subiscono ed agiscono una dinamica di causa ed effetto. Da una parte, le nostre relazioni umane, specie le relazioni primarie, se sane, sono causa di un buon equilibrio mentale negli individui, ma, al contempo, individui mentalmente equilibrati contribuiscono a costruire una rete di relazioni sociali ed affettive sane da cui traggono beneficio a loro volta altri individui, creando così un circolo virtuoso di salute mentale.

La salute mentale determina la nostra capacità o meno di pensare, agire, provare emozioni e sentimenti e saperli regolare, apprendere, instaurare relazioni con gli altri, lavorare, etc. Molto della nostra felicità, del modo in cui guardiamo il mondo e gli altri esseri umani, della nostra capacità di agire sull’ambiente che ci circonda e di essere agenti di cambiamento dipendono dalla nostra salute mentale.

Perciò, gli interventi di cura sulla salute mentale, nonché la prevenzione dei disturbi mentali, dovrebbe essere una delle principali priorità di chi amministra le istituzioni.

La maggior parte dei disturbi mentali inizia intorno ai 14 anni, ma la stragrande maggioranza di essi non viene né diagnosticata, né trattata. Tra le cause dei disturbi troviamo generalmente fattori genetici predisponenti, fattori ambientali (cioè le relazioni sociali, tra le quali il ruolo della relazione genitoriale è di prima importanza, anche se ad oggi spesso non le si conferisce l’importanza meritata, nonostante 130 anni di psicoanalisi lo abbiano ampiamente dimostrato), ed esposizione ad esperienze negative come violenza, abusi, discriminazione e povertà. D’altro canto è ormai accertato come ricevere cure amorevoli da parte degli adulti di riferimento e crescere in ambienti scolastici sicuri, sperimentando relazioni positive con insegnanti e compagni, siano fattori protettivi e contribuiscano a ridurre il rischio di disturbi mentali.

Secondo il rapporto dell’UNICEF “La Condizione dell’infanzia nel mondo – Nella mia mente: promuovere, tutelare e sostenere la salute mentale dei bambini e dei giovani”  a livello globale 1 adolescente su 7 tra i 10 e i 19 anni convive con un disturbo mentale diagnosticato; tra questi 89 milioni sono ragazzi e 77 milioni sono ragazze. Tra i disturbi mentali, l’ansia e la depressione rappresentano da soli il 40% della totalità dei disturbi mentali diagnosticati. In alcuni casi il disagio provato è tale da portare i ragazzi e le ragazze adolescenti verso comportamenti suicidari: il suicidio è, nel mondo, una fra le prime cinque cause di morte fra i 15 e i 19 anni, ma nell’Europa occidentale diventa la seconda causa di morte tra i giovani adolescenti, con 4 casi su 100.000, subito dopo gli incidenti stradali.

In Italia, prima della pandemia da Covid, la prevalenza dei disturbi mentali si collocava intorno al 18-20% della popolazione (tra 1.800.000 e i 2 milioni di persone minorenni). Nel 2019, si stimava che il 16,6% dei ragazzi e delle ragazze fra i 10 e i 19 anni (circa 956.000), soffrissero di problemi mentali, con un’incidenza progressiva all’aumentare dell’età.

Dopo la pandemia, si è rivelato sempre più diffuso il fenomeno dell’autolesionismo, ritenuto in alcuni casi anticamera di comportamenti suicidari, nei bambini e negli adolescenti. Secondo i dati resi noti dell’Associazione Culturale Pediatri, prima della pandemia il fenomeno dell’autolesionismo si attestava intorno al 20-30%; adesso siamo intorno al 40%. In generale, almeno il 10% dei bambini e il 18% degli adolescenti presenta un disturbo mentale, rendendolo il disturbo più presente in questa fascia di età, con una prevalenza maggiore nelle femmine rispetto ai maschi.

Stefano Vicari, professore Ordinario di Neuropsichiatria Infantile e direttore dell’Unità Operativa Complessa di Neuropsichiatria Infantile dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, in un’intervista rilasciata per Quotidianosanità.it annovera l’uso scriteriato dello smartphone (di fatto una nuova dipendenza)  tra i fattori di rischio principali:  “Noi paghiamo un così alto prezzo perché non educhiamo i bambini. È il regalo della prima comunione. I rapporti di Save the Children parlano di bimbi che a 6/7 anni passano già tante ore davanti ai device. Si toglie spazio alle attività ricreative, si aumenta la sedentarietà e si genera vera e propria dipendenza, con l’attivazione dei circuiti della ricompensa. Ne seguono comportamenti di craving, ricerca spasmodica; aggressività, quando viene tolto; chiari segni di vera dipendenza”.

Gli adolescenti hanno un’elevata capacità tecnica nell’uso dello smartphone e, in particolare, dei social media, ma una bassa capacità critica; questo li rende, con maggiore facilità, inclini ad orientarsi verso un uso smodato e patologico. L’uso sregolato dello smartphone determina un aumento dei fallimenti scolastici ed è correlato con l’incremento di psicopatologie, in particolare disturbi d’ansia e disturbi depressivi.

L’inadeguata capacità critica adolescenziale non è il solo fattore di rischio verso la dipendenza da smartphone. Anche la famiglia, può rappresentare in alcuni casi un fattore di rischio. Un’incapacità di sviluppare una relazione sana genitori-figlio, basata su una comunicazione efficace ed emotivamente connotata, un’assenza di limiti imposti, derivanti da uno stile genitoriale permissivo, quando non addirittura completamente lassista, rendono i ragazzi incapaci di regolare le emozioni, controllare gli impulsi e sopportare le frustrazioni, portandoli ad essere più inclini verso le facili gratificazioni e lo sviluppo di dipendenze. Talvolta l’uso dipendente dello smartphone diventa anche una via di fuga, una strategia per ridurre lo stress causato da conflitti familiari o climi di violenza domestica.

Solitudine, timidezza ed ansia sociale possono essere fattori individuali predisponenti per l’utilizzo smodato dei cellulari. In un ambiente virtuale, dove vengono annullati le espressioni facciali, la voce ed i gesti che caratterizzano la comunicazione umana e che veicolano emozioni, positive e negative, ragazzi inclini all’ansia ed alla timidezza potrebbero sentirsi inizialmente più al sicuro e potrebbero non sentire la pressione che il tempo (tra stimolo e risposta) esercita normalmente nelle comunicazioni umane.

Il cellulare, tramite applicazioni come instagram, tik tok e similari danno agli adolescenti un rinforzo narcisistico che investe la loro identità in formazione, dando il vantaggio di controllare l’immagine che di sé mostrano al mondo. Spesso accade però, che la frattura che si provoca tra l’immagine desiderata e il riscontro del reale sia causa di profonda sofferenza, frustrazione o rabbia. Una mancanza di confronto tra i pari o un’inadeguata rete di relazioni sociali possono contribuire o esacerbare l’uso smodato dei dispositivi. Gli adolescenti, ad ogni modo, per loro natura tendono a ricercare l’approvazione sociale del gruppo dei pari e ricercano conferme per quanto riguarda la sensazione di appartenenza: lo smartphone così può offrire l’illusione di essere accettati in quanto amplia la rete di relazioni interpersonali on line.

L’impatto che ha l’uso scriteriato degli smartphone nell’età dello sviluppo si declina in conseguenze fisiche, psicologiche e sociali.

L’uso eccessivo dello smartphone può portare a modificazioni neurologiche, come l’aumento significativo dell’acido gammaaminobutirrico (GABA), neurotrasmettitore inibitorio che, rallentando la segnalazione tra le cellule cerebrali, si traduce in una minore attenzione e controllo. Inoltre, gli adolescenti, possono diventare maggiormente dipendenti dalle ricompense istantanee associate agli smartphone. Infatti, i “like” da parte dei follower, attiverebbero i circuiti cerebrali di ricompensa e gratificazione coinvolti nella dipendenza, che svolgono il ruolo di fattori di mantenimento della dipendenza stessa. Inoltre, soprattutto nella popolazione adolescente, l’utilizzo eccessivo dei social media è alla base di numerosi disturbi del sonno, che si declinano talvolta in un peggioramento delle prestazioni, per esempio a scuola, dove potrebbero manifestare mancanza di concentrazione durante le lezioni e scarsi risultati nello studio.

Attraverso il sovrautilizzo degli smartphone esiste, da un punto di vista psicologico, una maggiore probabilità di sviluppare disturbi d’ansia, che si manifestano tramite una sensazione di nervosismo, preoccupazione ed inquietudine;  disturbi depressivi, ovvero alterazioni del tono dell’umore, che si mostrano sotto forma di tristezza profonda con riduzione dell’autostima e bisogno di autopunizione; aumento dei livelli di stress, come reazione difensiva e adattiva ad una serie di stimoli esterni percepiti come eccessivi; sentimenti soggettivi di inadeguatezza, insicurezza, ovvero la mancanza di fiducia nelle proprie capacità e bassa autostima; pensieri disfunzionali su sé stessi e sugli altri, che agiscono come dei ‘filtri’ tramite cui la persona giudica erroneamente sé stessa e le relazioni interpersonali; difficoltà nella concentrazione e nel mantenere l’attenzione; alterazione della percezione temporale che si presenta quando online il tempo trascorre dissociato dalla coscienza del soggetto.

Da un punto di vista relazionale, sono invece associati un impoverimento delle relazioni interpersonali, propensione all’isolamento, tendenza della sostituzione del mondo reale con quello virtuale e diminuzione delle abilità prosociali, che nei casi più gravi  sfociano in un ritiro sociale dell’adolescente, che consiste nell’abbandono delle attività quotidiane di studio o di lavoro per trascorrere una quantità di tempo sempre maggiore nella propria stanza, perdendo progressivamente di vista il mondo delle relazioni reali e dei compiti evolutivi di crescita personale.

Tenendo conto di quanto detto sulla situazione di sovrautilizzo degli smartphone e dei social media nei bambini e negli adolescenti, che sta portando notevoli mutamenti peggiorativi nella qualità del funzionamento della psiche in età dello sviluppo e considerando l’aumento delle patologie psichiche in cui queste tecnologie giocano un ruolo non più contestabile, ma evidente, dobbiamo interrogarci come professionisti della salute mentale, come genitori, come educatori e come decisori politici su quale direzione vogliamo prendere come società in merito al problema e quali limiti sono necessari porre all’utilizzo delle nuove tecnologie digitali.

È necessario, a mio avviso, agire prontamente e su più fronti, non solo per curare patologie manifeste, ma soprattutto per prevenire la loro insorgenza, a meno che non vogliamo allevare una generazione di ragazzi impoveriti mentalmente e socialmente.

Lo stato deve garantire maggiori e migliori investimenti nei servizi di salute mentale e di sostegno psicosociale in tutti i settori, servizi e strutture comunitarie per tutti i bambini, gli adolescenti e le famiglie. È ormai evidente che i servizi offerti dalle USL non sono sufficienti e che diventa necessario convenzionare professionisti privati che garantiscano una maggiore continuità e versatilità delle terapie offerte, magari prendendo a riferimento il modello inglese introdotto dal piano “No Health without mental health”.

Dobbiamo come professionisti della salute mentale sostenere le famiglie, attraverso l’attuazione di programmi per la genitorialità e benessere mentale per genitori e caregiver. Dobbiamo sostenere gli educatori e la scuola. Ma queste attività non possono essere lasciate sempre alla buona volontà degli psicologi. È necessario l’attuazione di un programma da parte dello stato con obiettivi definiti e valutabili.

La scuola deve garantire che tutti i bambini e gli adolescenti imparino ed interagiscano in ambienti di apprendimento sicuri, supportivi, con insegnanti empatici che mostrino dedizione, prima che competenza tecnica. Ogni attività educativa e sociale deve soprattutto essere svolta in presenza, al fine di recuperare le capacità sociali e relazionali dei giovani.

È necessario un corpo di leggi che regolamenti, limiti ed educhi all’utilizzo delle nuove tecnologie, considerando anche l’avvento, ormai divenuto realtà, dell’intelligenza artificiale, la quale, seppure porterà tecnicamente una serie di benefici, complicherà la già precaria situazione psichica in età infantile ed adolescenziale.

Infine, dobbiamo cambiare approccio sulla percezione pubblica della salute e delle malattie mentali, la quale è ancora oggi spesso negativa ed escludente, legata allo stigma, pregiudizi e paura. Troppo spesso cadiamo nel giudizio morale verso gli adolescenti, dimenticandoci di quanto poco siamo stati capaci di fare per loro finora.

Emergenza Coronavirus: la dolorosa assenza della psicologia in Italia

Oltre-il-traumaIn questi giorni di quarantena, dovuti al permanere dello stato di emergenza sanitaria causato dall’epidemia di Covid-19, abbiamo imparato l’importanza delle più elementari norme sanitarie di prevenzione, quali lavarsi frequentemente le mani, indossare i dispositivi di protezione individuali, mantenere un distanziamento fisico dalle altre persone, coprirsi la bocca in caso di tosse o starnuti, etc. Le nostre preoccupazioni sono maggiormente dirette verso le condizioni di salute fisica nostra e dei nostri cari, verso il timore del propagarsi ulteriore dei casi di contagio e nei confronti delle ripercussioni economiche che questa situazione straordinaria porterà sulle nostre vite. Temiamo, inoltre, l’implosione del nostro sistema sanitario e ci preoccupiamo per tutti gli operatori sanitari che in questo momento stanno facendo fronte alla situazione emergenziale, mettendo a rischio la propria salute.

Che cosa sappiamo, invece, della nostra salute mentale, di quella dei nostri cari, delle persone che in questo momento lavorano negli ospedali, di chi è costretto a continuare a lavorare in quanto la sua attività è ritenuta essenziale ai fini del sistema produttivo? Chi se ne sta occupando e in che modo degli effetti dell’isolamento sociale a cui siamo tenuti e delle situazioni di traumaticità continua a cui sono esposti i sanitari?

Un recente studio condotto in Italia dal “COVID – 19 International Behavioral Science Working Group”, una task force di esperti di scienze comportamentali guidati dal Prof. Gary King di Harvard, ha rilevato un aumento della preoccupazione da parte degli intervistati sulle ripercussioni dell’isolamento sulla propria salute mentale. In particolare, sembra che gli italiani siano spaventati dall’aumento dei conflitti familiari, dall’incremento dell’ansia e della noia, soprattutto nel caso in cui le misure restrittive durino oltre il termine che è stato annunciato. Per questo, lo studio in questione suggerisce che non bisogna abbassare la guardia e che bisogna cercare di prevenire gli effetti collaterali del distanziamento sociale.

È notizia di questi giorni che due infermieri, che lavoravano nei reparti di terapia intensiva in cui sono ricoverati i pazienti infetti da Coronavirus affetti da complicanze cliniche, si sono tolti la vita a causa delle gravi ripercussioni psicologiche che hanno subìto a causa del loro lavoro. Purtroppo notizie come questa mi addolorano profondamente, ma non posso dire che mi stupiscono. Chi, come me, è psicologo clinico sa molto bene che il mestiere di medico e quello di infermiere sono particolarmente sensibili allo sviluppo di situazioni psicopatologiche legate ai vissuti traumatici e depressivi, indotti dal lavoro che svolgono. In questa situazione di emergenza continua, purtroppo, la probabilità per questi di sviluppare sindromi di burnout e altre situazioni altrettanto gravi è alto, soprattutto se lasciati soli e senza adeguato sostegno psicologico.

Che cosa sta facendo lo Stato per supportare psicologicamente gli operatori sanitari e la popolazione in isolamento in questo momento? Come si sta prendendo cura della salute mentale dei suoi cittadini? Purtroppo, per l’ennesima volta, in maniera del tutto inadeguata. Le uniche iniziative a livello nazionale e regionale consistono nella creazione di numeri telefonici di emergenza a cui il cittadino può rivolgersi e nella messa a disposizione di motori di ricerca sui siti dei vari ordini regionali degli psicologi  per trovare il professionista più vicino. Ben poca cosa, quasi niente, se pensiamo alla portata ed intensità dell’emergenza in atto ed alle ricadute che il crollo della salute mentale avrà sulle nostre vite.

Il bisogno di psicologia in questo momento è grande. Le ricadute positive di interventi psicologici in termini di prevenzione e trattamento sono enormi, sia a livello sociale che economico. Pensiamo a medici, infermieri, operatori socio sanitari e a tutto il personale sanitario che in questo momento stanno lavorando instancabilmente e con abnegazione negli ospedali. Gli effetti mentali delle situazioni traumatiche che stanno affrontando, i sentimenti di paura, di orrore e di colpa ed ogni vissuto che riconduce al confronto con la morte, con la scarsità di risorse e con l’impotenza sono possibili precursori di sindromi traumatiche come il Disturbo da Stress Acuto o il Disturbo Post Traumatico da Stress. Inoltre, immersi in un clima di traumaticità continua, le persone possono incorrere in patologie quali depressione (con annesso rischio suicidario), sindromi ansiose, evitanti o fobiche, disturbi ossessivi, disturbi del sonno, disturbi dell’adattamento, ma anche sindromi più gravi quali disturbi di depersonalizzazione/derealizzazione, amnesie dissociative o scompensi psicotici. Pensiamo alle persone che hanno perso i loro cari in un clima di isolamento ospedaliero, per i quali non è stato nemmeno possibile l’elaborazione del lutto attraverso i normali rituali sociali di cui ci serviamo per attenuare il dolore. Pensiamo alle situazioni di isolamento domiciliare, soprattutto in quei casi dove ci sono delle patologie psichiche preesistenti, o un clima di traumaticità relazionale fatto di violenza fisica o psicologica. Pensiamo ai malati di Covid-19, chiusi in isolamento ospedaliero senza la possibilità di un contatto, un supporto, se non da parte dei medici in momenti sporadici e attraverso i filtri rappresentati dai dispositivi di protezione individuale. Quando usciranno quali saranno i segni che porteranno con sé relativi a quella dolorosa esperienza? Pensiamo ai comuni italiani più colpiti dall’epidemia, ai loro abitanti che vedono morire i propri familiari e conoscenti in un clima fatto di paura, in un tempo sospeso in cui non scorre la vita, ma scorrono solo i numeri del contagio e dei deceduti. Chi si sta occupando della salute psichica di quelle persone e chi se ne occuperà in seguito, quando tutto sarà finito?

I servizi di psicologia e psicoterapia sono essenziali quanto quelli di medicina ai fini del benessere della popolazione. Un medico preparato, per quanto bravo, diventa inutile e persino dannoso se la sua mente subisce un crollo psichico. Una persona che sviluppa una depressione o un disturbo post traumatico, al termine dell’emergenza non potrà recarsi al lavoro. Molte famiglie usciranno dall’attuale situazione incrinate, e senza un aiuto non potranno ricomporsi e le conseguenze sui singoli componenti saranno ben visibili.

Personalmente credo che un incremento delle prescrizioni di psicofarmaci potrebbe essere uno scenario probabile e non auspicabile, al termine dell’emergenza. In alcuni casi sarà necessario somministrarli, ma come ben sappiamo, per quanto possano essere utili nei casi più gravi, gli psicofarmaci non si rivelano essere curativi, ma spesso si limitano ad essere un trattamento puramente sintomatico o poco più. Ciò di cui si necessita e si necessiterà in futuro sono interventi psicologici strutturati e progettati per le specifiche situazioni.

In Italia abbiamo più di 100.000 psicologi abilitati alla professione. La stragrande maggioranza di questi (per non dire quasi tutti) sono liberi professionisti. Significa che il nostro Sistema Sanitario Nazionale non ha abbastanza psicologi per occuparsi della salute mentale della popolazione. Questa scelta politica scellerata e per niente lungimirante è frutto di una miope visione sanitaria ed economica che non ha mai considerato la ricaduta positiva che ha il benessere psicologico e la prevenzione delle patologie psichiche sull’economia e sul tessuto sociale. Perciò significa che in questo momento abbiamo un esercito di psicologi che potrebbe sostenere la popolazione e invece sono costretti a rimanere inutilizzati, fermi nelle retrovie, in quanto tutti liberi professionisti non appartenenti al SSN.

Vorrei tanto che i colleghi che ci rappresentano nelle istituzioni iniziassero da questo momento a prendere in seria considerazione l’idea di esercitare con ogni mezzo possibile una continua e forte pressione presso le Regioni, le Provincie, i Ministeri e tutti gli interlocutori politici che hanno responsabilità governative affinché si ottenga una maggiore accessibilità ai servizi di psicologia da parte della cittadinanza. Lo Stato destina gran parte delle sue risorse alla sanità pubblica, decurtando da questa però l’aspetto psicologico. Adesso dobbiamo aiutare lo Stato a prendere consapevolezza che la salute mentale, nelle sue declinazioni di cura e prevenzione, è parte integrante della sanità pubblica. Bisogna attivare assunzioni di psicologi nelle USL, che ad oggi manifesta una carenza di organico imbarazzante. Possiamo provare anche in Italia ad applicare il modello inglese declinato nella strategia economica chiamata “Non c’è salute senza salute mentale” in cui vengono convenzionati e quindi sovvenzionati i servizi di psicologia-psicoterapia erogati dai privati. In Inghilterra hanno calcolato l’incidenza economica delle patologie mentali sull’economia: per citarne una, l’incidenza economica calcolata dal governo inglese, ad esempio, in relazione alla sola depressione pesa l’1,5% del PIL e causa il 40% della disabilità lavorativa. Oltre ai costi diretti, bisogna anche calcolare i costi indiretti, i quali riguardano un aspetto di non facile quantificazione ma sono fondamentali per la vita economica e produttiva: l’infelicità, la demotivazione, la difficoltà di vivere, che fa elevare la spesa sociale e diminuire la produttività. Ecco perché in Gran Bretagna sono stati gli economisti a occuparsi di depressione: per una persona depressa, un anno senza sintomi costa, stimano gli economisti inglesi, 1000 euro di psicoterapia, ma fa guadagnare 8000 euro alla collettività per resa lavorativa! Tutto questo in tempi antecedenti all’emergenza sanitaria legata alla pandemia che stiamo attraversando. Immaginiamoci quanto questi numeri potranno essere più rilevanti in seguito all’emergenza COVID-19.

C’è bisogno di psicologia, e ce ne sarà sempre di più. Noi psicologi ci siamo. Ma non possiamo continuare a lasciare che a beneficiare della nostra professionalità siano solo le persone che possono permettersi economicamente una terapia. Perché così facendo escludiamo la maggior parte delle persone che necessitano, e hanno diritto ad averlo, di un servizio nazionale di salute mentale degno di questo nome.