Emergenza Coronavirus: la dolorosa assenza della psicologia in Italia

Oltre-il-traumaIn questi giorni di quarantena, dovuti al permanere dello stato di emergenza sanitaria causato dall’epidemia di Covid-19, abbiamo imparato l’importanza delle più elementari norme sanitarie di prevenzione, quali lavarsi frequentemente le mani, indossare i dispositivi di protezione individuali, mantenere un distanziamento fisico dalle altre persone, coprirsi la bocca in caso di tosse o starnuti, etc. Le nostre preoccupazioni sono maggiormente dirette verso le condizioni di salute fisica nostra e dei nostri cari, verso il timore del propagarsi ulteriore dei casi di contagio e nei confronti delle ripercussioni economiche che questa situazione straordinaria porterà sulle nostre vite. Temiamo, inoltre, l’implosione del nostro sistema sanitario e ci preoccupiamo per tutti gli operatori sanitari che in questo momento stanno facendo fronte alla situazione emergenziale, mettendo a rischio la propria salute.

Che cosa sappiamo, invece, della nostra salute mentale, di quella dei nostri cari, delle persone che in questo momento lavorano negli ospedali, di chi è costretto a continuare a lavorare in quanto la sua attività è ritenuta essenziale ai fini del sistema produttivo? Chi se ne sta occupando e in che modo degli effetti dell’isolamento sociale a cui siamo tenuti e delle situazioni di traumaticità continua a cui sono esposti i sanitari?

Un recente studio condotto in Italia dal “COVID – 19 International Behavioral Science Working Group”, una task force di esperti di scienze comportamentali guidati dal Prof. Gary King di Harvard, ha rilevato un aumento della preoccupazione da parte degli intervistati sulle ripercussioni dell’isolamento sulla propria salute mentale. In particolare, sembra che gli italiani siano spaventati dall’aumento dei conflitti familiari, dall’incremento dell’ansia e della noia, soprattutto nel caso in cui le misure restrittive durino oltre il termine che è stato annunciato. Per questo, lo studio in questione suggerisce che non bisogna abbassare la guardia e che bisogna cercare di prevenire gli effetti collaterali del distanziamento sociale.

È notizia di questi giorni che due infermieri, che lavoravano nei reparti di terapia intensiva in cui sono ricoverati i pazienti infetti da Coronavirus affetti da complicanze cliniche, si sono tolti la vita a causa delle gravi ripercussioni psicologiche che hanno subìto a causa del loro lavoro. Purtroppo notizie come questa mi addolorano profondamente, ma non posso dire che mi stupiscono. Chi, come me, è psicologo clinico sa molto bene che il mestiere di medico e quello di infermiere sono particolarmente sensibili allo sviluppo di situazioni psicopatologiche legate ai vissuti traumatici e depressivi, indotti dal lavoro che svolgono. In questa situazione di emergenza continua, purtroppo, la probabilità per questi di sviluppare sindromi di burnout e altre situazioni altrettanto gravi è alto, soprattutto se lasciati soli e senza adeguato sostegno psicologico.

Che cosa sta facendo lo Stato per supportare psicologicamente gli operatori sanitari e la popolazione in isolamento in questo momento? Come si sta prendendo cura della salute mentale dei suoi cittadini? Purtroppo, per l’ennesima volta, in maniera del tutto inadeguata. Le uniche iniziative a livello nazionale e regionale consistono nella creazione di numeri telefonici di emergenza a cui il cittadino può rivolgersi e nella messa a disposizione di motori di ricerca sui siti dei vari ordini regionali degli psicologi  per trovare il professionista più vicino. Ben poca cosa, quasi niente, se pensiamo alla portata ed intensità dell’emergenza in atto ed alle ricadute che il crollo della salute mentale avrà sulle nostre vite.

Il bisogno di psicologia in questo momento è grande. Le ricadute positive di interventi psicologici in termini di prevenzione e trattamento sono enormi, sia a livello sociale che economico. Pensiamo a medici, infermieri, operatori socio sanitari e a tutto il personale sanitario che in questo momento stanno lavorando instancabilmente e con abnegazione negli ospedali. Gli effetti mentali delle situazioni traumatiche che stanno affrontando, i sentimenti di paura, di orrore e di colpa ed ogni vissuto che riconduce al confronto con la morte, con la scarsità di risorse e con l’impotenza sono possibili precursori di sindromi traumatiche come il Disturbo da Stress Acuto o il Disturbo Post Traumatico da Stress. Inoltre, immersi in un clima di traumaticità continua, le persone possono incorrere in patologie quali depressione (con annesso rischio suicidario), sindromi ansiose, evitanti o fobiche, disturbi ossessivi, disturbi del sonno, disturbi dell’adattamento, ma anche sindromi più gravi quali disturbi di depersonalizzazione/derealizzazione, amnesie dissociative o scompensi psicotici. Pensiamo alle persone che hanno perso i loro cari in un clima di isolamento ospedaliero, per i quali non è stato nemmeno possibile l’elaborazione del lutto attraverso i normali rituali sociali di cui ci serviamo per attenuare il dolore. Pensiamo alle situazioni di isolamento domiciliare, soprattutto in quei casi dove ci sono delle patologie psichiche preesistenti, o un clima di traumaticità relazionale fatto di violenza fisica o psicologica. Pensiamo ai malati di Covid-19, chiusi in isolamento ospedaliero senza la possibilità di un contatto, un supporto, se non da parte dei medici in momenti sporadici e attraverso i filtri rappresentati dai dispositivi di protezione individuale. Quando usciranno quali saranno i segni che porteranno con sé relativi a quella dolorosa esperienza? Pensiamo ai comuni italiani più colpiti dall’epidemia, ai loro abitanti che vedono morire i propri familiari e conoscenti in un clima fatto di paura, in un tempo sospeso in cui non scorre la vita, ma scorrono solo i numeri del contagio e dei deceduti. Chi si sta occupando della salute psichica di quelle persone e chi se ne occuperà in seguito, quando tutto sarà finito?

I servizi di psicologia e psicoterapia sono essenziali quanto quelli di medicina ai fini del benessere della popolazione. Un medico preparato, per quanto bravo, diventa inutile e persino dannoso se la sua mente subisce un crollo psichico. Una persona che sviluppa una depressione o un disturbo post traumatico, al termine dell’emergenza non potrà recarsi al lavoro. Molte famiglie usciranno dall’attuale situazione incrinate, e senza un aiuto non potranno ricomporsi e le conseguenze sui singoli componenti saranno ben visibili.

Personalmente credo che un incremento delle prescrizioni di psicofarmaci potrebbe essere uno scenario probabile e non auspicabile, al termine dell’emergenza. In alcuni casi sarà necessario somministrarli, ma come ben sappiamo, per quanto possano essere utili nei casi più gravi, gli psicofarmaci non si rivelano essere curativi, ma spesso si limitano ad essere un trattamento puramente sintomatico o poco più. Ciò di cui si necessita e si necessiterà in futuro sono interventi psicologici strutturati e progettati per le specifiche situazioni.

In Italia abbiamo più di 100.000 psicologi abilitati alla professione. La stragrande maggioranza di questi (per non dire quasi tutti) sono liberi professionisti. Significa che il nostro Sistema Sanitario Nazionale non ha abbastanza psicologi per occuparsi della salute mentale della popolazione. Questa scelta politica scellerata e per niente lungimirante è frutto di una miope visione sanitaria ed economica che non ha mai considerato la ricaduta positiva che ha il benessere psicologico e la prevenzione delle patologie psichiche sull’economia e sul tessuto sociale. Perciò significa che in questo momento abbiamo un esercito di psicologi che potrebbe sostenere la popolazione e invece sono costretti a rimanere inutilizzati, fermi nelle retrovie, in quanto tutti liberi professionisti non appartenenti al SSN.

Vorrei tanto che i colleghi che ci rappresentano nelle istituzioni iniziassero da questo momento a prendere in seria considerazione l’idea di esercitare con ogni mezzo possibile una continua e forte pressione presso le Regioni, le Provincie, i Ministeri e tutti gli interlocutori politici che hanno responsabilità governative affinché si ottenga una maggiore accessibilità ai servizi di psicologia da parte della cittadinanza. Lo Stato destina gran parte delle sue risorse alla sanità pubblica, decurtando da questa però l’aspetto psicologico. Adesso dobbiamo aiutare lo Stato a prendere consapevolezza che la salute mentale, nelle sue declinazioni di cura e prevenzione, è parte integrante della sanità pubblica. Bisogna attivare assunzioni di psicologi nelle USL, che ad oggi manifesta una carenza di organico imbarazzante. Possiamo provare anche in Italia ad applicare il modello inglese declinato nella strategia economica chiamata “Non c’è salute senza salute mentale” in cui vengono convenzionati e quindi sovvenzionati i servizi di psicologia-psicoterapia erogati dai privati. In Inghilterra hanno calcolato l’incidenza economica delle patologie mentali sull’economia: per citarne una, l’incidenza economica calcolata dal governo inglese, ad esempio, in relazione alla sola depressione pesa l’1,5% del PIL e causa il 40% della disabilità lavorativa. Oltre ai costi diretti, bisogna anche calcolare i costi indiretti, i quali riguardano un aspetto di non facile quantificazione ma sono fondamentali per la vita economica e produttiva: l’infelicità, la demotivazione, la difficoltà di vivere, che fa elevare la spesa sociale e diminuire la produttività. Ecco perché in Gran Bretagna sono stati gli economisti a occuparsi di depressione: per una persona depressa, un anno senza sintomi costa, stimano gli economisti inglesi, 1000 euro di psicoterapia, ma fa guadagnare 8000 euro alla collettività per resa lavorativa! Tutto questo in tempi antecedenti all’emergenza sanitaria legata alla pandemia che stiamo attraversando. Immaginiamoci quanto questi numeri potranno essere più rilevanti in seguito all’emergenza COVID-19.

C’è bisogno di psicologia, e ce ne sarà sempre di più. Noi psicologi ci siamo. Ma non possiamo continuare a lasciare che a beneficiare della nostra professionalità siano solo le persone che possono permettersi economicamente una terapia. Perché così facendo escludiamo la maggior parte delle persone che necessitano, e hanno diritto ad averlo, di un servizio nazionale di salute mentale degno di questo nome.