Intervista alla psicologa Nicoleta Tudor sul fenomeno della “malamovida” a Montecatini Terme

Educazione relazionale contro la malamovida

La psicologa Nicoleta Tudor traccia un quadro del crescente disagio giovanile e propone soluzioni. “Più forze dell’ordine non è il rimedio”

“L’abuso di alcol tra i ragazzi protagonisti della malamovida in città? Investire sulla prevenzione e la cura psicologica come per quella fisica ha una ricaduta positiva in termini di benessere delle persone e inoltre riduce drasticamente le spese della cura sanitaria a carica dello Stato”. Nicoleta Tudor, psicologa attiva nel settore scolastico e forense, parla di uno dei problemi che più sta facendo discutere a Montecatini, dopo i fatti avvenuti la scorsa settimana. Da lei arriva un appello sulla necessità della prevenzione.

Nuovi casi di malamovida vedono ancora protagonisti giovanissimi sotto l’effetto di alcolici. Cosa ne pensa?

“Serve una premessa: la maggioranza dei giovani non fa questo. Sono casi isolati. Penso siano uno specchio delle nostre incapacità come società, genitori e insegnanti di dare un buon esempio, di trasmettere amore, a creare spazi relazionali per dare la possibilità a questi ragazzi di dedicarsi ai propri pensieri e di conseguenza alle loro azioni. I giovani che consumano considerevoli quantità di alcol sentono e pensano che per divertirsi sia necessario stordirsi la coscienza. Questo ci deve fa comprendere che esiste in loro un forte bisogno di non pensare e di non sentire la propria sofferenza. Oppure di poter fare ciò che altrimenti, senza alcol, rimarrebbe, secondo loro, irrealizzabile”.

Perché i ragazzi si ubriacano così facilmente senza interventi delle famiglie?

“Non tutte le famiglie di questi ragazzi sono disgregate, assenti o anaffettive. A volte troviamo famiglie apparentemente adeguate. Alcune intervengono ma non riescono nell’intento. Non c’è una risposta per tutti. Le situazioni familiari vanno conosciute singolarmente per poter intervenire in modo adeguato”.

Molti invocano interventi continui delle forze dell’ordine. E’ la strada giusta?

“Rimane una risorsa nell’immediato e in situazioni di rischio, ma non può essere l’unica soluzione. Bisogna pensare alla prevenzione dei comportamenti a rischio dei giovani che significa educazione e cura. Finora si sono attuati interventi spot: sportelli d’ascolto, consultori, interventi brevi in aree specifiche come i progetti nelle scuole, sul luogo di lavoro, incontri sulla genitorialità. Si rivelano insufficienti. Va aggiunta una risposta preventiva sulla salute mentale, un intervento strutturale fatto di possibilità di accedere al sostegno psicologico per tutti con il progetto dello psicologo di base e una materia da integrare nel curriculum scolastico: potrebbe essere l’educazione relazionale. La cura della salute mentale è sempre in diminuzione mentre il malessere psicologico

si è aggravato per l’emergenza che ha stravolto la vita di tutti e facendo emergere e amplificare problemi già esistenti. .

Da cosa nasce la voglia di consumare alcol tra i minorenni?

“E’ la conseguenza di un disagio relazionale crescente. Si beve per sentirsi grandi, perché in certe occasioni “va fatto”, perché gli amici bevono, rilassa, ma anche perché l’alcol si trova ovunque e spesso non c’è adeguata consapevolezza delle conseguenze. Gli alcolici, come le droghe, producono alterazioni fisiche e psichiche. Con conseguenze immediate come compromissione dell’attenzione, della capacità di reazione, della concentrazione, della memoria e della coscienza di sé. Interferiscono con la sintesi di materia bianca che protegge e accelera la comunicazione tra neuroni. Il processo è rallentato dall’alcol rendendo il sistema cerebrale meno elastico. Le cicatrici nel cervello di un soggetto in fase di sviluppo restano nell’età adulta, rendendo la persona più soggetta a contrarre patologie”.

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