Nei primi anni di vita possono essere frequenti disturbi del comportamento alimentare, del sonno, crisi d’asma e allergie. Il rapporto che lega il bambino ai suoi genitori è di fondamentale importanza per il suo sviluppo psichico, perciò la qualità delle risposte che essi danno al bambino per placare le sue richieste e l’angoscia ad esse legata risulta determinante. Quando il rapporto genitore-bambino è cattivo ne deriva un bisogno nel bambino di “cacciarlo”, espellerlo, non essendo incorporabile, e da tale rifiuto deriva un’angoscia di vuoto, di separazione. Già ad un’età molto precoce possiamo incontrare bambini che dato l’elevato potenziale di angoscia a cui sono sottoposti reagiscono, difendendosi con i mezzi di cui dispongono, con comportamenti disturbati.
Già Freud aveva osservato che la prima infanzia rappresenta un’età in cui si gioca il futuro psichico dell’individuo, un’età che presenta dei rischi e che può influenzare negativamente tutto il resto dell’esistenza. L’incastro tra tensioni affettive e biologiche, che il soggetto si trova a sperimentare già in età precoce, avranno conseguenze determinanti ai fini dell’evoluzione psichica. E anche se in seguito la situazione cambierà e diventerà per così dire “ottimale”, i segni lasciati creeranno difficoltà per molto tempo, fino a quando i conflitti non verranno affrontati. Il bambino che ha sperimentato nella prima infanzia disagi affettivi che hanno posto limitazioni alla sua evoluzione inizierà a sviluppare reazioni d’ansia molto presto e comportamenti dettati dall’insicurezza, perché un bambino è in balia degli adulti che si occupano di lui e le risposte affettive tracciano il percorso che la sua evoluzione psichica seguirà.
Il mondo familiare
Ricercare l’origine dei disturbi psichici non significa dedicare esclusivamente l’attenzione ad avvenimenti clamorosi. Non possiamo asserire che la patologia psichica risiede in un solo avvenimento vissuto, come sosteneva la prima teoria del trauma di Freud. Quello che contribuisce a strutturare un disturbo psichico non è il verificarsi di un trauma di per sé, ma tutta una serie di situazioni difficili, microtraumi (secondo Bergeret), che caratterizzano un clima affettivo difficile e, trattandosi di bambini, possiamo dire un clima familiare fatto di privazioni e difficoltà, che quindi coinvolgono i ruoli e disturbano la comunicazione. Da tutto ciò scaturiscono ansie che a poco a poco conducono il bambino a sviluppare un comportamento isolato, inquieto, ansiogeno, aggressivo, che disturberà l’ambiente e il cui rifiuto ne amplificherà il disagio. A sua volta l’ambiente risponderà con aggressività a bambini che piangono o fanno capricci, che disturbano, mentre sarà disponibile a ripagare bambini che si mostrano allegri e simpatici. È inutile nascondere il fatto che un bambino che mostra segni di disagio diventa fastidioso e le reazioni più frequenti sono l’applicazione di misure idonee a liberarsi del fastidio: punizioni, isolamento, indifferenza affettiva sono spesso le reazioni più frequenti da parte degli adulti. La scuola, in questo senso, diventa la cassa di risonanza che rinforza ulteriormente le difficoltà attraverso un rendimento scolastico scarso.
A volte il bambino va soggetto all’apparire di comportamenti che potrebbero indurci, se valutati superficialmente, a formulare l’esistenza di una patologia radicata. Segni come fobie di animali, paura del buio, incubi e piccoli rituali, sono in realtà “incidenti” che a volte non hanno la caratteristica di essere stabili, bensì sono “mobili” e l’angoscia che ne deriva può essere poco intensa e, se non si evidenziano difficoltà nell’apprendimento vuol dire che l’attività cognitiva non è soggetta a inibizioni che ne bloccano la produttività, e se anche l’emotività appare fluida e non repressa e il bambino è in grado di avere scambi affettivi e creatività personale, allora tutto questo ci conferma la non patogenicità dei fenomeni sopra citati. Quando invece si tratta in un autentico disagio psichico, ci troviamo di fronte a una struttura chiusa in cui emergono fissazioni a differenti stadi evolutivi della libido e a tratti composti, nel senso che riscontriamo nel bambino tratti ossessivi e fobici, sintomatologia isterica coperta da una facciata ossessiva, disturbi nel comportamento e psicosomatici, sintomi psicopatologici in rapporto all’età, tutti segni contraddistinti dalle forze tenaci che persistono e compromettono la libera espressione del bambino a livello di comportamento, ne condizionano l’esistenza.
I terapeuti infantili incontrano bambini ansiosi, fobici, ossessivi, afflitti da enuresi, balbuzie, etc la cui psicopatologia risponde al livello di funzionamento psichico e l’origine può essere rintracciata nello sviluppo psicosessuale, ma soprattutto risultano fondamentali i conflitti relazionali. Non possiamo tralasciare il fatto che i disturbi psicologici del bambino si rivelano come disturbi della relazione tra i componenti della famiglia, per cui i rapporti interpersonali che caratterizzano ogni nucleo sono la fonte di insorgenza delle patologie del comportamento infantile. Se questo è visibile ad un’attenta analisi per un bambino in età scolare, lo è ancor di più per il bambino che vive la primissima infanzia, cioè il lattante.
Il bambino piccolo ha con i genitori un legame molto stretto che lo fa dipendere totalmente da loro, anche da un punto di vista psichico, per la sua stessa sopravvivenza. Le difficoltà relazionali della coppia possono ostacolare seriamente lo sviluppo psichico del bambino, soprattutto quando quest’ultimo diventa il punto di confluenza dello scambio relazionale tra i coniugi, nel senso che ciascuno usa il bambino per attaccare l’altro, demolirlo nel suo operato.
Un genitore, per essere tale, deve aver vissuto a sua volta, e superato, la separazione dai propri genitori, perché altrimenti non è completa l’individuazione; solo così può essere un punto di riferimento e di forza per il figlio, costituire per lui un riferimento sicuro, nel senso di fornire al bimbo le sue radici e anche i limiti. Per affrontare questo aspetto dobbiamo porre l’attenzione sul concetto di fusionalità. C’è uno stadio dello sviluppo psichico del bambino in cui il genitore deve essere fusionale col proprio figlio: parti dell’uno e dell’altro si fondono insieme, in tal senso il processo fusionale non diventa distruttivo, ma un momento di contatto, come si verifica nella relazione madre-bambino, che è fonte di reciproca unione. La relazione però deve conservare un carattere dinamico, cioè la capacità di potersi evolvere dando ad entrambi la possibilità di distanziarsi senza vivere il pericolo della frammentazione. Non si deve strutturare una relazione adesiva, statica, che diventa cronicizzata e non consente all’individuo di passare dal registro del processo primario, che vede la soddisfazione immediata dei bisogni, a quello del processo secondario, in cui la soddisfazione del piacere scaturisce dalla consapevolezza di sé e dell’altro e può essere procrastinata, quindi si arriva alla percezione della realtà e delle sue regole.
La coppia invece, diventa tale, cioè capace di costituire una vita autonoma, quando i due componenti sono in grado di rimanere insieme pur essendo individualmente separati: in questo modo si incontrano, si cercano, si completano, senza distruggersi, perché la “separazione dell’altro” si basa sul riconoscimento della propria individualità e non come un prolungamento di se stessi a cui rapportarsi. Per la coppia, il fatto di diventare genitori non coincide in modo automatico con la capacità di poter integrare identità personale e genitoriale, perché il vissuto di maternità e paternità è in grado di causare cambiamenti profondi riguardo al mondo fantasmatico che va a investire i ruoli di padre, madre e poi figlio. Il fatto stesso di dover dare spazio fisico e psichico a un altro, da parte della coppia, evoca sentimenti ed esperienze che riportano alla capacità di condividere il mondo affettivo con i propri genitori, fratelli, sorelle, riattivando spesso fantasie precoci che vengono proiettate sul bambino. Il rapporto madre-bambino, almeno all’inizio, anche per la sua componente biologica, è fortemente stretto, diadico, da cui il padre può sentirsi escluso.
Per la madre la nascita del proprio bambino è contemporaneamente fonte di soddisfazione e insoddisfazione, perché dapprima il figlio è legato a lei in modo esclusivo, poi la maturazione psichica e fisica lo porta a perdere sempre più la dipendenza da lei per acquistare un’autonomia che lo allontana. Quando iniziano le separazioni, spesso sono le madri a non sopportarle. Per il padre, inizialmente escluso dalla coppia madre-bambino, la crescita del figlio è invece fonte di soddisfazione perché, crescendo, lo condurrà a identificarsi con lui nel desiderio di autonomizzarsi dalla propria madre.
I differenti ruoli con le diverse emozioni sperimentate, dai componenti del nucleo familiare, basate sulla diversità ma anche sulla somiglianza, sulla partecipazione e sull’esclusione, confluiscono nel delineare il mondo familiare e le differenti identità che vengono a costituirsi, di padre, di madre e figlio: tutto ciò va a costituire lo psichismo del bambino. La relazione madre-figlio è il motore propulsore dello sviluppo del bambino per cui ogni disturbo che colpisce il bambino, escludendo componenti strettamente biologiche, trae origine dal rapporto che li lega. Da questo punto di vista va considerata l’influenza non solo delle cure che la madre dà attivamente al bambino, ma anche ciò che inavvertitamente gli passa a sua insaputa, al di là del controllo cosciente. Il bambino nell’età della prima infanzia è estremamente ricettivo, capace di percepire le sensazioni materne. Una madre può fornire attivamente al suo bambino cure affettive ma contemporaneamente bloccare le sue emozioni profonde, inibirle, e tale contraddizione fornisce al bambino messaggi che risultano incoerenti, perciò per lui difficili, a volte impossibili, da integrare.
Nutrizione e psichismo
Le funzioni alimentari risultano profondamente impregnate di fattori psicologici in quanto si sviluppano con la nostra evoluzione biologica ed affettiva. All’inizio il bambino sperimenta stati di tensione che derivano dall’urgenza di soddisfare le richieste dei suoi bisogni, come ad esempio i suoi bisogni alimentari. Il mezzo con cui il neonato segnala le urgenze delle sue necessità è il pianto; il modo in cui l’ambiente (la madre) risponde al suo pianto, comprendendone la vera natura o negandola, risulta determinante per lo sviluppo futuro del bambino. Quando lo sviluppo avviene in modo naturale, il bambino molto presto apprende a identificare i suoi bisogni e soddisfarli. Ma se le risposte dell’ambiente sono inappropriate o se addirittura gli vengono imposte soddisfazioni giudicate arbitrariamente dall’esterno per lui necessarie, ecco che ne scaturisce una confusione che comporta incertezza per il bambino: perché se è la madre che decide quanto deve mangiare e non il suo bisogno interiore, biologico, i ritmi e le richieste personali del bambino ne escono sconvolti. Ciò comporta la difficoltà a identificare le proprie sensazioni corporee, ma in questo senso l’alimentazione non è la sola funzione che può essere fraintesa dal momento che in seguito si potrà notare nel bambino la difficoltà a decifrare altre sensazioni fisiche e interpersonali che lo riguarderanno nella sua espressione globale. Per ottenere un sano sviluppo, è necessario che il bambino sperimenti la conferma data dall’ambiente ai suoi bisogni: se la madre risponde ai suoi segnali di nutrimento offrendo cibo, il bambino sperimenterà la fame come una sensazione distinta dagli altri stati di tensione e apprenderà nel tempo a distinguere i suoi bisogni: l’essere sazio dall’essere affamato o dall’essere bagnato, acquistando la capacità di distinguere, di godere del suo piacere. Il bambino obeso rappresenta in questo senso il punto estremo della scala dei disturbi alimentari, dominato dal panico dell’inanizione; all’altro estremo abbiamo il bambino anoressico che nega i morsi della fame. Il bambino che non riceve risposte idonee alle necessità dettate dai suoi bisogni non ha sufficienti basi psicologiche su cui costruire la sua identità fisica. All’esterno, potrà anche manifestare un comportamento adeguato, rispondendo alle richieste dell’ambiente, ma più avanti, in particolare nel periodo della pubertà, quando per il soggetto comincia il distacco dal nucleo familiare, sperimenterà la difficoltà di sentirsi incapace a sostenere gli impulsi fisici, come se il suo corpo non gli appartenesse.
Tornando al lattante, il suo rifiuto del cibo può essere una forma reattiva, per questo molti autori ricorrono al termine di anoressia semplice o comune (Brusset): infatti la sua prima apparizione può verificarsi attorno ai sei mesi di vita del bambino per poi instaurarsi come comportamento ben identificato intorno al secondo anno. Osservando il comportamento di questi bambini si resta colpiti dalla vivacità e dall’attenzione con cui seguono e rispondono alle stimolazioni ambientali, sono curiosi e attenti, ma all’ora dei pasti esplodono i contrasti, iniziano all’improvviso a rifiutare il cibo che la madre offre loro con insistenza, il bambino reagisce con manifestazioni che ricordano la collera. Tenendo presente l’età (la fine del primo anno), il rifiuto alimentare è stato spesso denominato anoressia da svezzamento perché in questo momento il cambiamento di alimentazione, più solida e variata, vede l’introduzione di nuovi gusti, così pure l’introduzione dell’uso del cucchiaio. Ma quello che esplode a disturbare il comportamento alimentare del bambino è la conflittualità che sottende la relazione madre-bambino, che raggiunge livelli di tensione elevati, cioè l’insieme delle emozioni che accompagnano il pasto del bambino da parte della sua famiglia crea diversi modi conflittuali, di origine affettiva. Il cibo è un tramite per veicolare l’emotività, nel senso che conduce il bambino a relazionarsi, cioè a sviluppare relazioni buone o insoddisfacenti con entrambi i genitori. In quest’ultimo caso, l’ambiente familiare spesso concorre con risposte ansiogene, nega i veri bisogni del bambino, trascura le sue reali esigenze. Così, il rapporto che si instaura tra i bambino e la famiglia, attraverso il cibo, è di tipo coercitivo: il cibo finisce per diventare costrizione. Il risultato delle costrizioni brutali è quello di rinforzare l’aggressività da entrambe le parti: il bambino risponde con opposizione, vomito, mal di pancia, gli adulti con livelli di ansia notevoli. Il bambino esprime, in questo modo, mediante una condotta attiva, l’ostilità che al momento di mangiare si manifesta verso qualcuno. Quindi il conflitto è relazionale.
Ci sono casi invece in cui il bambino ci sembra sazio fin dall’inizio del pasto. Non appare mai affamato, difficilmente reclama, non dà segnali di agitazione, ma viene spesso definito dall’ambiente come un bambino tranquillo, forse un po’ pigro. In questi casi dovremmo sostituire pigrizia con abbandono. È un tipo speciale di anoressia che insorge durante il pasto, a volte più spiccata per alcuni cibi; tale comportamento viene definito da molte madri come pigrizia. Ma un’analisi più approfondita della situazione di vita del bambino ci permette di cogliere un’atmosfera priva di stimolazioni affettive, che lo lascia più in un mondo di solitudine, di eccessiva tranquillità, perché il contesto è privo di slanci capaci di mobilitare le risposte del bambino.
Ci sono bambini abbracciati e toccati per necessità, e non per il piacere di avere uno scambio affettivo. Anche il pasto viene consumato in questo clima affettivo. Molti autori hanno definito il comportamento alimentare che ne consegue nel bambino come anoressia d’inerzia. Questi bambini non ricevono un supporto affettivo mediante la pelle: carezze e abbracci risultano le carenze più evidenti, la relazione materna è improntata sull’accudimento prettamente fisico, quello affettivo è decisamente trascurato. L’atmosfera in cui avvengono i pasti è triste, nei casi più gravi addirittura impersonale. Le reazioni del bambino, le sue risposte sono improntate alla passività: scarso uso delle labbra, subisce il fatto di lasciarsi riempire la bocca, ma non deglutisce, la bocca è una cavità da riempire, e poi spesso c’è la remissione con il vomito. Di questa famiglia colpisce l’atmosfera generale, manca la gioia.
Un’altra forma è quella sovente definita anoressia fantasma, che è insita nei pensieri e desideri dei genitori, in quanto rispecchia quello che secondo loro il bambino dovrebbe mangiare, trascurando totalmente i bisogni reali del bambino. In queste situazioni, il bambino si difende dall’essere nutrito con un comportamento di rigetto, ricorrendo a sintomi quali il vomito e di frequente i dolori addominali. Sono spesso le situazioni in cui il genitore pensa a scegliere ciò che lui ritiene giusto, escludendo totalmente il bambino e ciò che lui desidera. Sono le situazioni che il pediatra o il medico di famiglia cercano di affrontare rassicurando i genitori sul peso, sulla buona salute, sulla costituzione del bambino. Allentando la tensione, derivata dalle ansie dei genitori, il disturbo alimentare scompare. Se la situazione persiste, il rischio è quello di mettere in atto una reazione di rifiuto abituale al cibo da parte del bambino. Sono le situazioni in cui è evidente come il cambiamento affettivo dei genitori sblocca le difficoltà.
La forma più grave del disturbo alimentare nell’infanzia è l’anoressia mentale. Al suo debutto la situazione può procedere pressappoco come nelle altre forme menzionate, poi la situazione precipita, nel senso che il bambino presenta altre gravi difficoltà che investono molteplici aspetti del comportamento: soprattutto l’umore, molto instabile, con passaggi spesso a collere improvvise e violente, al singhiozzare, all’urlare, ma il fatto più sorprendente è che il bambino agisce come se il cibo non lo riguardasse e spesso è soggetto a crisi di profonda angoscia; oltre al rifiuto del cibo e del bere, si verifica anche l’alterazione dei ritmi del sonno. Ci troviamo di fronte a un quadro sintomatologico che preoccupa non soltanto l’ambiente, ma gli stessi terapeuti, perché le manifestazioni richiamano il funzionamento psicotico. Il bambino reagisce con angoscia alla sola presenza del cibo e può rifiutare anche il bere, la situazione può prolungarsi per giorni e data la gravità derivante dai disagi fisici, come disidratazione o denutrizione, si ricorre a misure di urgenza in alcuni casi, come l’ospedalizzazione. Situazioni di tali gravità sono spesso l’esplosione di un quadro di vita del bambino sottoposto a traumi continui, oppure a traumi improvvisi che ribaltano del tutto la qualità di vita fino a quel momento avuta: abbandoni, incidenti, allontanamento dei genitori.
È opportuno distinguere sempre il disinteresse per il cibo dalle fobie alimentari. Altre volte, l’anoressia rientra nel quadro di una situazione psichica legata alle cosiddette disarmonie evolutive, cioè forme infauste di evoluzione psichica, che porteranno a un funzionamento psichico di tipo psicotico. In alcune forme del disturbo autistico si notano caratteristiche di completo disinteresse per il cibo. Un’altra forma di anoressia mentale è quella che copre un profondo stato depressivo, si presenta non solo come condotta di rifiuto del cibo, ma come un vero attacco all’appetito e alla fame. Sono situazioni in cui nella madre del bambino si riscontra un grave stato depressivo, oppure è la conseguenza del trauma della separazione da lei. Compare l’atonia e nelle forme più gravi i vomiti psicogeni, ci troviamo spesso di fronte alla disorganizzazione psicosomatica che attacca l’istinto di conservazione e il bambino corre rischi seri anche dal punto di vista della sopravvivenza. Quando sono più grandi, questi bambini presentano molto spesso un comportamento diligente, estremamente adattabili, e proprio per questo l’ambiente riserva loro una buona accoglienza, perché non disturbano. Dietro l’immagine che suscitano di “bambini santini”, si maschera un controllo esasperato sulle pulsioni che argina il vuoto di cui sono provvisti, negano ogni iniziativa personale e rispondono alle richieste dell’ambiente con comportamenti adesivi. Molto spesso si parla di funzionamento psichico tipo falso sé, però in alcuni casi, i più gravi, avanza la confusione psicotica.
Esiste una forma di vomito che si manifesta sporadicamente, ad esempio quando i bambini vivono momenti di intensa collera o di contrarietà, quindi sotto l’effetto di intense emozioni che non riescono a tollerare e che devono immediatamente espellere. Naturalmente ciò ci conduce alla relazione instaurata con i genitori, fortemente ansiogena, che è di tipo conflittuale, costrittiva. I vomiti psicogeni caratterizzano l’anoressia comune della prima infanzia. In certi casi possono manifestarsi per mesi, e durare anche anni, nonostante l’anoressia come manifestazione comportamentale sia stata risolta e il rapporto con il cibo sembra aver acquisito un’espressione normale. In realtà tutto ciò rimanda alla relazione d’oggetto, ovvero il rapporto affettivo che il bambino ha sperimentato in precedenza è stato fortemente ansiogeno. La relazione primaria di questi bambini è stata fortemente patogena perché troppo violenta nelle emozioni, nel senso di fortemente stimolante, oppure perché carente: sempre comunque una relazione con l’oggetto compromessa dall’incoerenza. Il vomito nel bambino richiama il fenomeno della proiezione: ciò che è cattivo deve essere esterno a me. L’alimento assume il valore di oggetto cattivo, intollerabile e per questo da espellere. Spesso le madri di questi bambini risultano infantili, ansiose, esigenti con se stesse, spesso in preda a sensi di colpa, estremamente attente al rispetto formale (orari, alimentazione, igiene…). Ci troviamo spesso di fronte a una relazione oggettuale basata sulla freddezza emotiva che procura al bambino un congelamento delle emozioni, un’introiezione dell’oggetto resa difficile dalle qualità materne; queste madri spesso risultano disponibili solo all’apparenza.
La potomania, detta anche diabete insipido, psicogeno o polidipsia primaria è caratterizzata da una compulsione che spinge il soggetto a ingerire enormi quantità di liquido, soprattutto acqua e nel momento di andare a letto, a causa delle forti angosce che prova. La sua presenza è collegata a varie forme di psicopatologia: può colpire bambini piccoli e anoressici o nel momento della preadolescenza, provati da angosce primordiali che il bambino cerca di placare riempiendosi, per difesa.
Il mericismo è un disturbo costituito dal rigurgito degli alimenti prima ingeriti: un vomito procurato. Viene provocato in modo autonomo dallo stesso soggetto, gli alimenti vengono poi masticati all’infinito e di nuovo ingeriti, in parte o del tutto. Il momento di insorgenza di solito si registra verso la fine del primo anno e colpisce soprattutto i figli maschi. La perdita alimentare è notevole, e da ciò derivano conseguenze per il bambino come la disidratazione o la denutrizione. Alcune volte, il soggetto riesce a far tornare in bocca esattamente la quantità di cibo sufficiente per la ruminazione e non arriva al vomito. Il bambino che pratica la ruminazione colpisce non solo per l’attività inabituale, ma per l’atteggiamento: lo sguardo perso nel vuoto, fuori da ogni interesse per il mondo che lo circonda, totalmente assorbito nella sua soddisfazione autoerotica. Se compare una stimolazione esterna il bambino interrompe immediatamente tale attività, mentre il comportamento riprende quando è solo o pensa di essere solo: è una condotta compulsiva-ripetitiva. Il bambino osserva attentamente qualunque adulto, ma non presenta reazione d’angoscia verso l’estraneo, o comportamenti che possono farlo supporre. Questo punto merita una riflessione attenta perché l’angoscia dell’estraneo è un chiaro segno di evoluzione psichica del bambino, denuncia la sua capacità di differenziare la realtà che lo circonda. Nel caso del mericismo ci troviamo di fronte alla costituzione di una relazione affettiva molto carente, osservando questi bambini si coglie una pronunciata caratteristica di avidità di contatto con l’adulto. Alcuni autori (Fain, Marty) hanno ipotizzato che lo sviluppo abnorme delle spinte autoerotiche nasce come tentativo al bisogno di arginare e quindi compensare la mancanza di apporto narcisistico la cui sorgente è l’istinto materno: deprivazioni da un lato e forte discontinuità della presenza affettiva della madre dall’altro mettono il bambino nella difficoltà di poter percepire un legame continuo e quindi di vero appoggio. Quando il bambino sperimenta una mancanza di tale apporto in modo considerevole, sviluppa molti comportamenti chiusi, in quanto incentrati su se stesso, che tendono a esprimere l’autoerotismo perché il corpo rimane l’unico mezzo per sentire di esistere. Il mericismo potrebbe tradurre il tentativo di difendersi, da parte del bambino piccolo, da angosce molto intense, utilizzando il contatto del bolo alimentare con l’esofago; ciò gli consente una stimolazione che può padroneggiare evitando così il vuoto che gli procura il panico, l’esperienza di annientamento. Nel complesso, non si rileva un’autentica mancanza di cura per il bambino, ma la deprivazione investe alcuni settori specifici della relazione.
L’obesità nel lattante può manifestarsi spesso dopo un periodo di anoressia quale prodotto del particolare legame che si stabilisce tra il bambino e i suoi genitori, mediato dalla funzione alimentare. La voracità che alcuni lattanti e, in seguito, bambini presentano è collegata anche al modo di nutrirli; bambini che ricevono la soddisfazione alle loro richieste dopo lunghe attese, o addirittura quando sono estenuati, si nutrono non solo con voracità, come quelli circondati da elevati stati di tensione, ma vengono deprivati del piacere che l’esperienza del mangiare comporta perché logorati dall’attesa: il piacere si trasforma in dolore. La relazione con l’altro è insoddisfacente e presenta la necessità di un continuo apporto narcisistico, il cibo riveste la funzione di riempimento e soprattutto di contenimento delle angosce. La sensazione di fame mai appagata e le frustrazioni che ne conseguono, di cui l’ambiente ne è la fonte d’origine, possono procurare un’intensa ferita narcisistica che crea un’intensa tensione, dovuta alla totale dipendenza dagli altri, come è per il lattante. Si sperimenta un vissuto di abbandono e perciò di rifiuto affettivo: se nessuno si occupa di me, del mio bisogno di cibo, nessuno si interessa a me. Si modella in questo modo uno schema relazionale che deciderà delle relazioni future, interpersonali, sempre vissute sulla base dell’autosvalutazione. Molti autori pongono a questo livello le radici lontane della stima, perché un bambino amato si percepisce come oggetto d’amore, capace di suscitare interesse. Le madri che nutrono oltremodo i propri figli, scambiando il cibo per affetto, e per questo forse incapaci di darlo in modi più consoni, non consentono ai loro bambini un passaggio importante che influenzerà il loro sviluppo psichico, quello del desidero, di sperimentare la soddisfazione del bisogno. Infatti nei bambini obesi spesso si trova scarsità di immaginazione, di interessi, fino a sfiorare a volte l’apatia.
Alla luce di quanto detto, possiamo affermare che dietro alla patologia delle condotte alimentari affiorano legami affettivi instabili, carenti, con profonde note depressive e caratteristiche narcisistiche fragili, che spingono il bambino, per arginare l’angoscia, a manipolare il proprio corpo attraverso il cibo, a sedare l’angoscia, scaturita dai traumi abbandonici o di invasione, riempiendosi. Il disturbo dell’oralità riguarda già le prime fasi dello sviluppo psichico e per questo è fondamentale non fermarsi a una diagnosi, ma valutare l’organizzazione dinamica delle personalità in gioco, e nel caso dei bambini piccoli, la personalità dei genitori.
Baldassarre, M. Disturbi alimentari e psicopatologia Borla, 2002
Centro Accoglienza Psicologica
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