Unioni e Matrimoni misti. La convivenza possibile fra persone di culture e religioni diverse

Sicuramente sono tanti gli argomenti da trattare sulle coppie miste. Cercherò di affrontare alcuni aspetti psicologici e relazionali riguardanti le coppie miste, sui quali, a mio giudizio, non si riflette a sufficienza.

L’inserimento di una persona in un paese diverso da quello di origine, può essere facilitato dalla flessibilità del paese ospitante o, viceversa, ostacolato dalla sua rigidità, ma anche la propria realtà interiore gioca un ruolo importante nel determinare l’esito del processo di integrazione.

La lontananza dalla famiglia, dagli amici, dalla propria cultura, lingua e tradizioni e affrontare condizioni difficili di vita possono portare ad un profondo senso di disperazione. Ma il peggior nemico è il senso di solitudine, accompagnato da un doloroso senso di estraneità, un “non essere”,  che è come essere sospesi tra un mondo che non c’è più e un altro completamente sconosciuto.

Questa fragilità identitaria, accompagnata da un sentimento di nostalgia, che caratterizza in tinte più o meno forti tutta la popolazione migrante, sono vissuti significativi che possono causare notevoli difficoltà al lento processo di integrazione e talvolta causarne il fallimento. Le difficoltà che ne derivano possono, in determinate situazioni, scompensare l’equilibrio interno della persona e persino dare sfogo a psicopatologie originanti da fragilità più o meno marcate, esistenti da tempo ma rimaste latenti dentro l’individuo.

Ed è proprio questo il bagaglio emotivo che si porta all’interno della coppia mista e che, a mio avviso, la caratterizza, rendendola diversa rispetto alle altre.

Allora cosa definisce una coppia “mista”? E la coppia “non mista”, esiste?

Io penso che in ogni coppia esistano elementi di differenziazione. Qualsiasi famiglia è mista se la vediamo in termini di unione fra persone differenti, con vissuti individuali e famigliari differenti e aventi ruoli sociali talvolta anche status economici diversi. Vista in questi termini la famiglia comporta sempre una sfida a comprendere le diversità dei suoi membri. Perciò, penso che la coppia “non mista” in realtà non esista.

Le differenze individuali fra i partner della coppia mista sicuramente esistono e sono di ordine culturale, religioso, etnico e linguistico (perché anche se parlano la stessa lingua, cambiano talvolta i modi di interpretarla e certi modi di esprimersi, in quanto sono prodotti della lingua madre, che non smette mai di essere presente a livello di costruzione del pensiero). Queste differenze possono creare difficoltà, ma solo nella misura in cui vengono percepite come problematiche, sia dentro la coppia che da parte della società in cui vive.

Non sono, quindi, tanto le differenze esistenti in sé a determinare le criticità dell’unione mista, quanto piuttosto il significato e la rilevanza che i membri della coppia, e soprattutto il contesto sociale nel quale la coppia è inserita, attribuiscono alle differenze stesse.

Prima ho fatto cenno al sentimento di estraneità definendolo come un limbo in cui si sta sospesi tra due mondi senza riuscire ad appartenere pienamente a nessuno dei due. Da una parte c’è il mondo che ci si lascia alle spalle, il mondo da cui si viene e a cui non si può o non si vuole fare ritorno; dall’altra parte c’è il mondo nuovo, sconosciuto e talvolta persino perturbante, che ci può accogliere o rifiutare.

E persone straniere possono accogliere dentro di loro la cultura ospitante, con un atteggiamento di apertura e curiosità, oppure possono difendersi da essa, temendo che accogliere il nuovo significhi perdere le proprie radici, la propria identità.  Se si sceglie l’accoglienza, il sentimento di estraneità si affievolisce e cede il passo alla consapevolezza di avere il privilegio di poter vivere due culture, due lingue, due prospettive di pensiero diverse.

Il dolore per la perdita di riferimenti identitari viene così ricompensato dalla capacità di poter cambiare prospettiva nel momento in cui si guarda alla propria cultura di origine e alla nuova cultura di appartenenza.

Si può così osservare e comprendere la propria cultura di origine con gli occhi della cultura di adozione o viceversa.

Io credo che questa capacità di decentramento sia un dono che ci mette al riparo da ottusi assolutismi e da pericolose derive nazionaliste. Credo anche che sia la base di partenza per cercare di comprendere chi è diverso da noi, che è la premessa senza la quale non si avvia l’integrazione.

I processi di integrazione spesso falliscono perché non avviene questo decentramento, non si accoglie la nuova cultura e la responsabilità di ciò sta sia nel singolo che della società che lo ospita. Ciò che voglio qui sottolineare è che a perdere non è solo il migrante che torna a casa, e che deluso e sconfitto abbandona un mondo che gli è rimasto alieno. A perdere è anche la nostra società e il nostro paese, l’Italia, perché perde il privilegio di farsi guadare con gli occhi dell’Altro, occhi diversi che ci forniscono un’immagine di noi alla quale altrimenti non avremmo accesso, perde la possibilità di arricchirsi con nuove prospettive di pensiero derivanti dalla sintesi interiore che opera la persona che, integrandosi, riesce a portare dentro di sé due mondi non in conflitto, ma come espressione di qualcosa di nuovo, di estremamente creativo e utile alla società.

Per quanto riguarda le coppie miste, la situazione è per certi versi simile. Ognuno dei partner porta un mondo con sé a cui deve saper rinunciare parzialmente per poter accettare e fare proprio quello dell’altro. Si deve fare lo sforzo di decentrarsi dai propri valori e convinzioni per poter accogliere la prospettiva altrui. Questo lavoro, nelle coppie, è facilitato e reso possibile dal legame d’amore che le unisce.

Così, i partner di unioni miste sono chiamati a rielaborare all’interno della relazione di coppia la propria identità personale, ed a costruire quella che è stata definita come “identità relazionale” (Gaines e Liu, 2000), ovvero il prodotto emergente dalla relazione tra i due partner, ognuno con il suo rispettivo bagaglio culturale. Si profila così, davanti alla coppia mista, l’opportunità di promuovere un processo di “acculturazione interpersonale” (Fenaroli e Panari, 2006), in cui ci si auspica che si verifichi un arricchimento culturale reciproco. Questo processo va oltre la mera tolleranza culturale o religiosa, ma implica una riorganizzazione dei propri riferimenti e valori interni, che rendono la coppia una nuova realtà emergente che va oltre “la somma delle sue parti”. Questa riorganizzazione valoriale interna, conduce i membri della coppia a prendersi cura anche delle radici culturali del loro legame (Scabini, 2007), senza disconoscerle, ma valorizzandole ed integrandole in una nuova identità condivisa.

Una qualità cognitiva necessaria per poter vivere l’esperienza di relazione intima con un partner è l’apertura mentale, cioè la capacità di non assumere posizioni rigide nelle scelte e nella visione del mondo, accettando punti di vista diversi dal proprio e riuscendo ad “andare incontro” all’altro. Avviene così la formazione di una “cultura” della coppia dove la disponibilità cognitiva ed emotiva è indispensabile.

Libertà di scelta, rispetto dell’altro, valore paritario delle altre culture e delle altre tradizioni e rispetto del credo religioso sono i valori che, a mio giudizio, ci difenderanno dalla formazione di pregiudizi e stereotipi culturali, i quali non solo impediscono l’integrazione, ma anche il perseguimento di ideali come l’uguaglianza, l’accettazione e il pluralismo.

I nostri figli rappresentano un terreno fertile per seminare le basi per una sana convivenza che possa portare a trasformare l’etnocentrismo, che da secoli ha cristallizzato parti della coscienza umana, in una cultura mondiale all’interno della quale tutte le differenze culturali abbiano la stessa dignità e lo stesso diritto di esistere. Non possiamo rischiare di disumanizzare l’umanità, imponendo un unico modello di civiltà.

Infine, dobbiamo sottolineare l’importanza che hanno le coppie miste nel favorire, tramite il loro legame di amore, quel sentimento di appartenenza culturale reciproco, tanto ricercato nelle politiche di integrazione e così difficilmente raggiungibile, sentimento che scaturisce non tanto dalla tolleranza o dal vivere civile, quanto da una volontà emotiva a ricevere l’altro dentro di noi, come si può apprezzare dalle parole di Giorgio Gaber nella “Canzone dell’appartenenza”:

“L’appartenenza non è lo sforzo di un civile stare insieme, non è il conforto di un normale voler bene, l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé.”

Centro Accoglienza Psicologica – Studio di psicologia a Montecatini Terme (Pt)

 

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